Succede di tutto in Parlamento, a confronto, la scazzottata sul campo amichevole di Cagliari e Bastia, è roba di poco conto. Feltri che bastona Fini su una questione morale che non ha niente a che vedere con la politica, Fini allunga una mano ma Berlusconi risponde “fuori tempo massimo“. Nel frattempo, ah sì, certo, quattro esponenti politici del Pdl navigano in un mare di guai.
Cade, non cade? Quanti petali avrà il fiore delle libertà? Mentre Il Giornale lo attacca gratuitamente su una questione che riguarda una villa a Montecarlo (della quale mi rifiuto di interessarmi perchè non la trovo affatto attinente ai doveri pubblici dei quali i cittadini hanno investito il Signor Gianfranco Fini), il Presidente della Camera si rivolge al Foglio di Ferrara, sventolando bandiera bianca: “Berlusconi ed io non abbiamo il dovere di essere o sembrare amici, ma di onorare l’impegno politico e elettorale preso con gli italiani“. Come riuscirci? “Ci tocca il compito, in nome di una storia comune non banale, di mettere da parte carattere ed orgoglio, di eliminare le impuntature e qualche atteggiamento gladiatorio delle tifoserie“. In caso contrario il rischio è quello di incorrere in una “mattanza senza vincitori nè vinti“.
Torna così il Fini di un tempo, servile servitore di uno stato di cose che hanno reso possibile l’imperversare dell’illegalità più feroce in Italia tra le alte cariche di questo Stato, che si vorrebbe repubblicano e democratico, fondato sui valori inviolabili di una Costituzione. Tutto torna, nel disordine più totale, i giochi politici valgono più della democrazia e della tanto rinomata “legalità”. Se non fosse che ora è Silvio Berlusconi a rifilargli un bel due di picche perchè “la gente è stanca di questo teatrino“. E, per una volta, il premier ha quasi ragione. Siamo stanchi del teatrino, ma anche di chi, come lui, di questo indegno spettacolo politico regge i fili.
Nella notte pare che, dopo un vertice durato quattro ore a Palazzo Grazioli, “i finiani” siano ormai irrimediabilmente da considerarsi estranei al partito. Sono fuori. Il documento che dovrebbe sancire “la cacciata“, verrà valutato e discusso oggi dall’Ufficio della Presidenza.
Se la corrente dovesse essere costretta a farsi da parte, come cambierebbero gli equilibri in Parlamento? Italo Bocchino aveva dichiarato di essere “uno in più del numero che è indispensabile per tenere in piedi la maggioranza”. Oggi però Berlusca risponde che è lui ad avere in mano quella maggioranza e pare che il costituirsi di un gruppo parlamentare autonomo non lo impensierisca. Infine c’è il Senatur, che fa il tifo per il presidente del Consiglio e auspica che i due cofondatori vadano “ognuno per la sua strada“.
Quando la maggioranza di governo vive una crisi, è fisiologico e fatalmente banale, l’intero paese attende immobile che si esca dalla trincea e si torni a governare. Nel frattempo, riforme, piani di ripresa, il bene pubblico, diventano i fronzoli di un ricamo complesso dove la politica diventa un gioco tra vertici, dal quale sono esclusi i cittadini. Dalla “mattanza” in atto, indovinate un pò chi ne uscirà con le ossa più rotte. “Presente!”.

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